ORIZZONTI DI ATTESA

In anni di sempre più rutilante trasformazione, sotto tutti i profili, l’arte più che mai dovrebbe
interrogarsi su se stessa: sul proprio ruolo, sulla propria funzione, ma anche e soprattutto sul proprio
linguaggio. Poiché è proprio attraverso le sue forme, la sua estetica, la sua sintassi, i suoi stili e
stilemi, che l’arte può entrare, più o meno, in rapporto con la realtà circostante, con la storia, con la
vita degli uomini che la fanno e che ne fruiscono. Un rapporto che può essere ambivalente: un
viaggio di andata e ritorno. L’arte deve subire l’influenza della realtà e del suo divenire, ma deve
anche, al tempo stesso, influenzarla e influenzarne, in qualche modo, le trasformazioni. O almeno
dovrebbe provarci. Non solo lavorando sulle idee, e dunque sulla percezione, sull’interpretazione
della realtà, ma anche sulla sua progettazione. Ma perché questo possa accadere occorre che l’arte
contemporanea diventi strumento più forte e più duttile al tempo stesso, da una parte recuperando e
rinsaldando le proprie radici e dall’altra aprendosi alla molteplicità delle sue infinite possibilità
espressive ed altrettanto, infinite concezioni estetiche attuali. Solo così l’arte può entrare
efficacemente in rapporto dialettico con una realtà così articolata, stratificata, sfaccettata e
complessa come quella contemporanea. Nel corso degli ultimi 150 anni il succedersi delle scoperte
scientifiche e tecnologiche ha impresso alla storia dei mutamenti vertiginosamente rapidi e radicali.
Allo stesso modo negli ultimi 150 anni il succedersi delle invenzioni e delle trasformazioni sul
versante artistico, col succedersi inesorabile e travolgente delle Avanguardie, è stato altrettanto
vertiginoso. Ed è ovvio che tra le due cose ci sia un rapporto più o meno diretto di causa-effetto, o
per lo meno di osmosi o di contagio. Ora, il mondo in cui oggi viviamo, risultato di tali
trasformazioni, è inquieto, stratificato, caotico e contraddittorio. E l’arte che può entrare in rapporto
con questo mondo non può che essere un’arte capace di raccogliere e sintetizzare l’inquieta,
stratificata, caotica e contraddittoria eredità delle Avanguardie e degli ultimi 150 anni di arte
contemporanea. E forse anche oltre, poiché in effetti negli ultimi 150 anni, tra un’Avanguardia e
l’altra non sono mancati momenti di “Ritorno all’ordine” in cui si è voltato un rinnovato sguardo
alla tradizione pittorica più antica. E anche questi momenti fanno parte del retaggio della
Contemporaneità e hanno contribuito a forgiarne le forme.
E questa è la linea che si è seguita in questi ultimi anni dove gli artisti devono essere in grado di
recuperare e reinventare il retaggio delle grandi Avanguardie storiche, ma anche e soprattutto di
sintetizzare e contaminare stili e linguaggi, trovando punti di contatto inediti e suggestivi. Il tempo
delle Avanguardie è finito. Si è aperto con l’Impressionismo e si è chiuso con la Transavanguardia.
Per oltre un secolo ogni nuova generazione di artisti ha cercato di smarcarsi dalla generazione
precedente proponendo una nuova, differente idea di arte contemporanea. Ora tutto questo sembra
non funzionare più. Il meccanismo pare inceppato. A partire dal discorso generazionale. La prova
lampante che un certo ‘meccanismo’ sia saltato balena agli occhi di tutti se si sofferma l’attenzione,
senza pregiudizi, su di un fatto concreto, tangibile, facilmente riscontrabile: da molti anni ormai si è
annullato un qualsiasi significativo “scarto generazionale”. In questo nuovo secolo e in questo
nuovo millennio l’arte ha un linguaggio diverso e bisogna che l’artista e il fruitore diventino una
cosa sola, ed essere nel contempo percettori di una lingua nuova, ma antica allo stesso tempo che
deve essere riconoscibile ed autentica.

È la luce la protagonista di questo progetto artistico. Una luce viva, mutevole, cangiante, reale e
fiabesca, ma, al tempo stesso, affabulatrice. Il rapporto intenso e fecondo tra spazio e luce si gioca
sostanzialmente in tutte le opere descritte e narrate da Michela Liberti. In questo percorso lo spazio
della superficie pittorica diviene spazio mentale, luogo arcano, concentrato, sintesi di segni e di
senso, scaturisce dall’immaginario dell’artista nelle sue opere si intravede un “Orizzonte di Attese”.
L’artista lungo il suo percorso si è posto una assioma: «Tutto può accadere». Oppure tutto sta
accadendo, in un tempo sospeso, come un attimo prima dell’uragano. O un attimo dopo. Un istante
che si dilata a dismisura. Prima, fuori, oltre il Tempo. Lo spazio del quadro cattura, condensa,
sospende il Tempo.
E, in una società come la nostra, tutto si fa Mito, gesto. segno, e pensiero, proprio come diceva il
filosofo Bauman che ha focalizzato la sua attenzione sul passaggio dalla modernità alla
postmodernità, e le questioni etiche relative. Ha paragonato il concetto di modernità e
postmodernità rispettivamente allo stato solido e liquido della società. Mentre nell’età moderna
tutto era dato come una solida costruzione, ai nostri giorni, invece ogni aspetto della vita può venir
rimodellato artificialmente. Dunque nulla ha contorni nitidi, definiti e fissati una volta per tutte. Ciò
non può che influire sulle relazioni umane, divenute ormai precarie in quanto non ci si vuole sentire
ingabbiati. Bauman sostiene che l’incertezza che attanaglia la società moderna derivi dalla
trasformazione dei suoi protagonisti, da produttori a consumatori. L’esclusione sociale elaborata da
Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale,
ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, in questa
vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma nel contempo si sente frustrato se non
riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. In tal modo, in
una società che vive per il consumo, tutto si trasforma in merce, incluso l’essere umano. Tuttavia è
importante rilevare che Bauman, a differenza di altri autori, rifiuta il termine “postmoderno” a
favore di “modernità liquida”, proprio per indicare la labilità di qualsiasi costruzione in questa
nostra epoca.
Oggi che stiamo venendo fuori da una dura “battaglia”, dopo che tutti hanno provato l’esperienza
della prima linea,, ecco che l’artista Michela Liberti con la sua “arte” vuole raccontare la
“Rinascita”. Le opere di Michela Liberti per la loro attualità trasmettono bellezza e pulizia. Per non
dimenticare inoltre la ricchezza dei particolari e la correttezza cromatica delle opere e la pazienza
nel creare ma anche la poesia nel pensare, ed infine la dolcezza nell’accostare alla stessa opera la
propria tensione interiore. Sì, è vero, sullo sfondo, c’è tutta la modernità dell’oggi tumultuoso e
veloce dove invece noi tutti avremmo tanto bisogno di concrete pause per una seria riflessione
interiore quanto mai personalissima. Ecco, allora che Michela Liberti ce le offre lei stesso, queste
riflessioni, con tutta la sua disarmante poeticità. Ovviamente in silenzio, con grandi pause
meditative quelle che albergano negli animi più nobili e sensibili. Seppur in sordina si avverte la
disperazione della solitudine a cui siamo stati costretti a vivere un tempo sospeso, ma nel contempo
era prepotente in noi il soffuso inno alla vita, al moderno vivere che ci avvolge nel quotidiano.
Musica dunque che non allontana, anzi rapisce e silenziosamente coinvolge. La sua pittura con tutte
le relative varianti è vita, è luce, è il suo modo innovativo di comunicare e interagire, tutto è portato
a nuova vita, che non si dissolve ma che offre spunti per ricordi e interiorizzazioni personali,
sempre cangianti come i tumulti dell’animo e le gioie della speranza di ogni uomo che sia
innamorato e cantore della vita e dei sentimenti che ci vengono quotidianamente offerti.
Nella propria visione della vita il suo spirito pulsante è un’isola che non c’è. La Liberti è capace di
far vivere e rivivere di una luce tutta propria, attraverso i suoi sogni, emozioni, attraverso la pittura

e quella poetica interiore che ognuno vorrebbe riassaporare. Al contempo vorrebbe divenire arbitro
del proprio sentire e della propria cultura. Come dire, il “vuoto” dell’animo è stato di nuovo
riempito dalla luce del sogno, dalla speranza che si nutre di gioie. Osservare le opere di quest’artista
sta a significare capirne l’anima timida ma capace e volenterosa, ma soprattutto la sua vogliosa
brama d’entrare nel dibattito culturale e avere così accesso al variegato mondo dell’arte dove a
ognuno è permesso di proporre il proprio io creatore nella rielaborazione fantastica dell’intimo
soggettivo sentire. Michela Liberti vuol far parlare di sé, vuole incontrare in un cenacolo di voci e
pensieri anche gli altri, poeti e artisti come lei.
Abbiamo tanto bisogno di sognatori, di gente capace di offrirci, in grazioso dono, il loro percorso di
vita e di speranza, con ottimismo, dove ognuno però, è solo con se stesso. Scrigno che potrebbe
vestirsi da ricchezza di tutti, mai come in questo periodo storico. Possiamo dire che quest’artista sa
creare un lirismo che, seppur partito da lontano è struggente e avvolge un presente che è subito e già
passato prossimo, in una veloce corsa contro il tempo che ci rapisce e diventa sogno a occhi aperti.
La luce e in particolar modo i colori cadono sulla tela come novella neve, l’artista fa cadere sulle
opere, adagiandola nel suo prato culturale, ci insegna, con forza e decoro, quasi urlandolo, della
caducità di noi tutti, delle nostre aspettative, di voler ottenere sempre tutto e subito. E la Liberti a
ribadirlo con determinazione, nel suo fare arte, ci mette amore, poesia e musica il tutto diviene una
dimensione senza tempo e senza spazio.
Michela Liberti, figlia di una terra che ha avuto tantissime dominazioni e nata all’ombra del
Vesuvio, inizia a frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, che in quegli annovera maestri
del calibro di Augusto Perez, Armando De Stefano, Carmine Di Ruggiero, Mimmo Jodice e tanti
altri che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Michela Liberti si è laureata in Scenografia
ma ha seguito i anche i corsi di Mimmo Jodice e di Augusto Perez, che insieme a Renato Barisani,
rappresentano le figure più emblematiche dell’arte del secolo scorso. Appena si presenta
l’occasione ella visita mostre e viaggia, in un tour compiuto in Francia, l’artista viene folgorata dai
colori e dalla natura dei borghi francesi che le rimangono impressi. Al suo ritorno inizia a dipingere,
nasce in lei il bisogno di raccontare questo viaggio, per due anni la Liberti porta avanti questo
progetto dove ha immortalato con la sua pittura tutte le sensazioni e le emozioni di quei giorni.
Tutto nasce anche dall’impulso all’innovazione, laddove per novità si intende lo scavare più a fondo
nell’animo. Il convergere tra creatività e rigore le permette di fondere due correnti artistiche che per
l’artista risultano fondamentali, ovvero l’unione tra informale e astratto, ecco che allora la Liberti
palesa il suo bisogno di conoscere e di saperne di più, di andare al cuore delle cose.
La Michela Liberti in questi anni matura uno stile ben temperato, che ogni tanto sfocia in altri gesti
pittorici, in altre stesure generose, nella varietà dei materiali, e nella vivezza dei colori, nel
distendersi del rosso e del nero, nell’intersecarsi dei grigi-bianchi, nelle volute di viola e blu, nei
trattenuti squarci di luce dei gialli, nella luce che rimbalza e viene rilanciata dal nero nelle
stratificazioni cromatiche, nelle stesure monocrome, nell’indagine sulla tessitura del colore. Quadri
come tappe sperimentali, anche se riesce a unire tradizione e innovazione sempre con grande
curiosità. Nell’artista c’è una voglia di sfida utilizzando il pennello come una sorta di tampone
imbevuto, o magari con sventagliate di colore, preferibilmente giallo e rosso. Il colore permette a
Michela Liberti di esprimere delle evocazioni e delle emozioni attraverso luoghi fantastici che ci
permettono però di entrare nella sua favola ma sono luoghi già vissuti dall’artista che attraverso la
sua pittura vuole far rivivere. Le sue opere sono arte in movimento, sperimentazione, tensione,
emozione, sono una ridda ubriacante di ossimori, di coerenti contraddizioni e immobili tempeste,
sono lampi di tenebra fatti di materia spirituale, sono funambolici giochi da tavolo tra equilibrio e

precarietà, divengono criptiche rivelazioni di un caos ordinato, arcaiche narrazioni contemporanee e
apollinee composizioni dionisiache, ricche, colte e preziose opere di semplice e disarmante povertà.
La forza primigenia e raffinata che promana da questi dipinti vien fuori proprio dall’innata capacità
della giovane artista napoletana di conciliare gli opposti per dar vita a opere d’arte di sostanziale e
corposa coerenza artistica. Non è poi casuale se le opere di Michela Liberti siano state ispirate a
immagini fantastiche oppure favolistiche. Attraverso il colore tutto si mostra evidente, ogni
qualvolta un quadro viene pensato sull’inquieto equilibrio tra Forma e Materia, ebbene in questo
caso non è possibile non pensare a risvolti di tipo cosmogonico. Anche quando il titolo dei quadri
parrebbe suggerirci altri orizzonti interpretativi.
Anche se non tutti i quadri della Michela Liberti non presentano espliciti riferimenti, quasi sempre
dinnanzi a uno di questi ci viene da pensare a quei momenti cruciali della vita dell’Uomo. Michela
Liberti allora tenta di interpretare sotto una diversa luce il difficile, il complesso e conflittuale
rapporto tra la Materia e lo Spazio. Nello scontro ineluttabile tra la Forma e l’Informe, spesso i
confini tra aggressore e aggredito si confondono, i ruoli si rovesciano a ripetizione, così
rapidamente che talvolta capita di smarrirsi e di non distinguere più l’una cosa dall’altra. I quadri
della Michela Liberti raccontano anche questo labile confine che separa il Soggetto dall’Oggetto,
l’Uomo dal Mondo che lo circonda, oltre a quanto difficile, e doloroso, e per nulla certo, sia il
processo di auto-definizione. I quadri di Michela Liberti non ci mostrano l’esito di questo titanico
scontro, quanto piuttosto una fase, nel vivo del combattimento. Così colori e materiali che
scompongono e ricompongono il piano narrativo appaiono come una vera e propria raffigurazione
delle linee di forza e dei campi di energia che si sprigionano nel corso di questi eventi di autenticità
dell’Io. Che rappresentano il primo e vero contenuto di queste opere. Quello a cui assistiamo,
dunque, per quanto violento, brutale, o anche solo essenziale, possa sembrarci, è, in definitiva, un
lieto evento, nel senso comune della parola, vale a dire una nascita, quella di un Soggetto sia esso
un pensiero oppure un individuo, che fa parte della psiche dell’artista. In altre parole, si potrebbe
descrivere tale processo creativo come un conflitto tra la Coscienza e l’Inconscio, ovvero il
tentativo da parte dell’Io di rendere conto delle sue parti più oscure e irriducibili. Ecco, proprio in
questo è il valore, l’apporto di conoscenza, la scoperta della Liberti dell’irriducibilità dell’Informe,
dell’impossibilità di piegare completamente l’Irrazionale alle ragioni della Ragione. E viceversa.
Perché se è vero che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Blaise Pascal) è
altrettanto vero che spesso (quasi sempre) «c’è del metodo nella nostra follia» (William
Shakespeare).

Giovanni Cardone

 

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Le sensibilità astratto informali e criptonucleari 

della ricerca pittorica di Michela Liberti

L’osservazione della produzione creativa di Michela Liberti ci convince di trovarci di fronte ad una declinazione assolutamente convincente di quella pratica creativa che abbiamo inteso raccogliere, in punto storiografico e critico, sotto l’appellativo di ‘astratto-informale’.

 

Di fatto, tale pratica creativa, in punto storico, àncora i propri primi suggerimenti di proposta nella stagione degli anni Trenta, quando un piccolo manipolo di pittori francesi decide di avviarsi lungo un cammino di sperimentazione che non fosse né quello della visione onirica di marca surrealista, né quello analitico, di ispirazione astrattista, né quello scompositivo di elaborazione cubista.

Scelgono, piuttosto, questi artisti, che, poco più tardi, nel 1941, avrebbero deciso di farsi conoscere come ‘Jeunes Peintres de la traditionfrançaise’, di perseguire un progetto creativo capace di andare ad esplorare l’universo del tutto inedito delle opportunità materiche, non abbandonando ancora, però, il proprio ‘gesto’ creativo aldéroulement eslege d’uno sfarinamento inconsulto e cercando, invece, di fornire ad esso una sorta di opportunità normativa che si espone come dichiarato abbrivio di disciplina geometrica.

 

Da queste premesse avrebbe preso le mosse tutta la stagione che abbiamo inteso definire ‘astratto-informale’, felicemente in svolgimento dal secondo dopoguerra fino ad oggi, con una produzione di grandissimo interesse che ha visto proporsi sulla scena dell’offerta creativa alcuni dei più bei nomi della ricerca contemporanea.

 

E, tra questi, va iscritta la personalità di Michela Liberti, che suggerisce un approccio creativo di straordinario interesse, giacché la sua opera non si limita ad essere derivativamente una sorta di ‘variazione sul tema’, essendo, piuttosto, essa capace di proporre una valida alternativa di stampo convincentemente ‘nucleare’ alle dinamiche propriamente ‘informali’.

 

Si potrebbe dover dire della sua pittura una predicazione piuttosto ‘astratto-nucleare’ che non ‘astratto-informale’, se non riuscisse, tutto sommato, più conveniente – sul piano della narrazione storiografica – l’uso di questa seconda specifica locuzione, entro la quale abbiamo già cercato di perimetrare qualche altra esperienza creativa collocabile entro la stessa lunghezza d’onda della nostra protagonista.

Se potessimo essere ancor più puntuali e precisi, dovremmo suggerire che si tratterà, nel caso della Liberti, di invocare l’osservazione di una pratica piuttosto ‘criptonucleare’ che non decisamente e pienamente ‘nucleare’, per la semplice ragione che l’esondazione scioglievole del pigmento cui ella lascia libertà di spargimento non va mai a superare in scavalcamento d’onda le condizioni di contenimento che la artista sa diligentemente prevedere e disporre.

 

Ciò che si rivela particolarmente convincente nella ricerca di Michela Liberti è, insomma, la possibilità di osservare non solo come convergano nella sua opera le istanze di una determinazione di controllo molto attento e ponderato delle cose – quale può essere quello dettato da una disposizione di telaio compositivo e dalla articolazione delle campiture che ne scandiscono la misura – ma anche come concorrano al compimento dell’esplicitazione piena del suo deliberato propositivo le esternazioni di un sentire interiore che prende a fluire con libertà espansiva lungo un flusso materico che sembra disporsi sul supporto, spinto da una carica esondante, apparentemente affatto indisponibile a trovare una irreggimentazione predittiva, eppure sapientemente governato da una consapevole maestria di regia.

 

Con tali caratteristiche, evidentemente, le dinamiche geometriche degli assetti compositivi latamente astrattivi si complicano di notevoli suggerimenti materici vissuti secondo una logica di libertà straripante della materia, di cui quasi si percepiscono gli spargimenti inconsulti che si raccolgono a fatica entro una perimetrazione che appare più il suggerimento d’un limite che non la disposizione di un ordito distributivo.

 

L’uso particolare del pigmento giova, così, non soltanto a favorire questa particolare condizione di ‘spargimento’ che assume il ductus pittorico, ma giova anche a suggerire una consistenza organica di ordine controllatamente tonale che responsabilizza e rattiene entro i limiti di un vigile controllo di equilibrio l’assetto stesso del telaio compositivo, sicché l’insieme che ne deriva si riesce a proporre come una vivacissima ed intensa sintesi non contraddittoria di libertà espressiva e di raccoglimento formale.

 

Il risultato non è da poco, dal momento che esso si presenta disposto non secondo la  scansione di uno schema, certamente felice,e, però, oggettivamente ripetitivo, ma secondo una profusione di variazioni – che non sono ‘variazioni sul tema’ – ma spostamenti, piuttosto, spostamenti che giovano a creare una moltiplicazione di suggerimenti e di proposte necessariamente caratterizzate, operaper opera, da ciò che non dovrebbe sembrare eccessivo definire come crisma dell’originalità.

 

Detto questo, appare evidente che l’attività creativa di Michela Liberti va giudicata come il prodotto maturo di una ricerca caratterizzata, in questa prospettiva specifica che occupa la nostra modesta valutazione, di straordinaria coerenza: una coerenza interna, che allude ad una pienezza contenutistica, ed una coerenza esterna che propone l’immagine di un equilibrio tutt’altro che predittivamente orchestrato, e che si presenta frutto, invece, di un controllo interiore che, anche preterintenzionalmente – come è nelle migliori tradizioni di fondo ‘nucleare’ – sa fare apprezzare le sue migliori ‘ragioni’.

Rosario Pinto

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